domenica 2 aprile 2017

Non Vedere e non Sentire non Ferma la Felicità dei Bambini

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Non vedere e non sentire: una condizione che la maggior parte delle persone non conosce. Non si tratta solo di vedere le cose e sentire le parole ma di vivere. Ogni giorno tantissime persone affrontano condizioni difficili e particolari. La rete di sostegno che si è creata prendere il nome di terzo settore. Tutte le Onlus, ONG e associazioni che si impegnano nel fornire aiuto e sostegno a anziani, bambini e disabili. La solidarietà è una cosa importante che deve guadagnare sempre più spazio e visibilità nella società di oggi. Tante organizzazioni vivono grazie all’attività di volontari, operati e utenti che insieme portano avanti un progetto guidato da una missione. La missione di ogni organizzazione che opera nel sociale nasce per un motivo diverso ma hanno un comune denominatore: attivare un aiuto concreto che possa portare un miglioramento nella qualità della vita nelle persone in difficoltà. Un impegno decennale La Lega del Filo d’Oro si impegna ogni giorno nel fare questo. Nata nel 1963 grazie a Sabina Santilli, anche lei sordocieca, e un gruppo di volontari da decenni portano avanti la loro missione portando assistenza a bambini e adulti sordociechi e pluriminorati psicosensoriali. Il tempo ha espanso questa grande impegno a livello nazionale. La sede centrale è a Osimo, nelle marche, ma è presente anche nelle maggiori città italiane. Questo è un anno particolarmente importante perché avverrà la conclusione del nuovo centro di riabilitazione nel territorio comunale di Osimo. Questa grande struttura raccoglierà le precedenti che prima erano sparse nell’area. In essa saranno presenti tutti gli ambulatori, gli uffici
amministrativi e un grande dormitorio che possa accogliere i disabili in riabilitazione e le loro famiglie. Tale risultato è il frutto di un continuo impegno durato negli anni, grazie al fatto che l’associazione cerca in tutti i modi di portare a conoscenza della sua missione tutte le persone attraverso una serie di idee regalo da poter essere impiegate durante le ricorrenze, le lauree e gli anniversari. Nella Onlus è presente un equipe multidisciplinare in grado di elaborare delle diagnosi funzionali per l’utente. Con queste essi vogliono stabilire un percorso riabilitativo personalizzato in grado di portare miglioramenti in tutti gli aspetti nel corso del tempo. Il team è composto da medici, pediatri, infermieri, educatori e assistenti sociali. Il percorso non riguarderà solo la persona disabile ma anche la sua famiglia, e insieme impareranno a vivere affrontando le situazione impreviste. Azioni Pure L’impegno dell’associazione non si ferma qui, nell’ultimo periodo ha dato vita a una forte campagna di sensibilizzazione intitolata Adotta un Mondo di Si. Vuole trasmettere il proprio lavoro attraverso l’esperienza di Agostino, un bambino sordocieco che fino a otto mesi era tenuto a letto in ottime cure. L’amore dei suoi genitori gli ha fatto incontrare la Lega e da quel momento è iniziato un lungo percorso riabilitativo che nel corso degli anni lo ha portato a imparare il linguaggio pittoresco e la lingua dei
segni italiana. Lentamente impara a camminare e tutto questo è stato possibile perché Agostino e la sua famiglia hanno detto “Sì” alla speranza e alla positività. In un cammino difficoltoso la migliore risorsa è la tenacia e la capacità di muoversi verso piccoli miglioramenti continui. Questo bambino è riuscito a toccare il cuore di tante persone e, come lui, ce ne sono tantissimi altri che hanno una storia con la quale incoraggiare chi si sente perso. Questo è il video di Agostino https://www.youtube.com/watch?v=THFEZ1rRJh4

mercoledì 14 gennaio 2015

Due brevi note all’egr. sig. sindaco di Cerignola

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Due brevi note all’egr. sig. Sindaco di Cerignola

Pulizia delle strade: data la rarefazione dei  netturbini si consiglia di  usare quel vecchio strumento che è il divieto di sosta a giorni alterni, per permettere almeno ai proprietari di immobili di pulire la strada antistante il relativo affaccio.

Amore per i cani: data la improvvisa cinofilia dei cerignolani e la relativa abbondanza di concimazione di strade e marciapiedi, si invita l’amministrazione ad emettere una ordinanza , affinché  l’indefesso comandante dei vigili urbani possa indicare ai propri sottoposti  l’urgenza di elevare multe a quei proprietari di animali colpevoli di non raccogliere le deiezioni degli amati cagnolini.

Tutto ciò per far sì che Cerignola non si senta troppo diversa dal resto d’Italia e d’Europa, et  nihil obstat che ciò possa comportare un introito supplementare alle esangui casse comunali ed un salutare bagno di civismo agli abitanti di questa città.


A meno che questa improvvisa ventata di decisionismo possa compromette l’imminente campagna elettorale, ragione per cui si inoltra per competenza questa breve al prossimo sindaco.





mercoledì 26 novembre 2014


LETTERA A
Presidente del Consiglio Matteo Renzi
Senatore. Presidente della Commissione straordinaria per la tutela e la promozione dei diritti umani Luigi MANCONI
Membro della Giunta per il Regolamento Presidente della 2ª Commissione permanente (Giustizia) Nitto Francesco PALMA
Senatore della Repubblica Cardiello Franco
Vice Presidente del Senato Valeria Fedeli


Chiediamo l'inasprimento e la certezza della pena per chi commette questi reati: Stupro, pedofilia, femminicidio. 



Ogni giorno si consuma sotto i nostri occhi impotenti un dramma che devasta la vita di moltissime donne: solo il 4-7% delle donne violentate denuncia il dramma subito. Le donne non parlano perché sanno che questo Stato non le tutela, perché sanno che lo stupratore, anche quando venga identificato, sarà fuori dopo due giorni; perché ci vorranno anni per il processo, perché rischiano le ritorsioni, le minacce e le nuove violenze da parte di chi le ha abusate e dei suoi amici. Che cosa succede a una donna violentata? Subito scatta l’angoscia di morte, la paura di venire uccisa, come purtroppo spesso si legge sui giornali. Cresce il dolore violento intriso di orrore per le percosse e la violenza che la immobilizza. Emozioni atroci, ancora più pervadenti se il violentatore è più d’uno e lo stupro sembra non avere fine: il terremoto devasta il corpo, martoriato dentro e fuori da lacerazioni genitali e vescicali, da ematomi, ferite, fratture, che sono solo la prima conseguenza. Se la donna è in fase fertile, c’è un rischio concreto di gravidanza. E se ad essere stuprato è un bambino? Lo stupro di un bambino è un gesto empio. E’ empio perché viola irreparabilmente la sacralità del suo corpo. Perché ferisce irreparabilmente la sua anima. Perché causa un dolore fisico tremendo, per l’effrazione violenta del suo corpicino immaturo. E provoca un dolore psichico ancora più difficile da curare: per l’angoscia di morte che il piccolo prova, per le minacce di cui viene fatto oggetto, se dovesse parlare, per gli incubi che gli riproporranno mille volte ancora tutto l’orrore agghiacciante di quell’esperienza. Tornando ad esaminare le conseguenze dello stupro non sono da trascurare le malattie sessualmente trasmesse, che possono essere multiple, con diverso tempo di incubazione. Per almeno un anno chi è stato vittima stupro dovrà fare test ed esami per escludere di aver contratto la Chlamydia, il Papillomavirus, la Sifilide, l’Herpes genitalis o l’AIDS. Per mesi e anni lo stuprato avrà flash-back diurni, ossia pensieri improvvisi che irrompono nella sua coscienza ricordandole quello che ha subito, e incubi notturni che fanno rivivere in tutto l’orrore di quelle emozioni, causando depressioni gravi, anche fino al suicidio. Per tutte queste ragioni lo stupro costituisce una lesione personale gravissima, un assassinio di vita e di futuro, che deve essere perseguito subito, con processo per direttissima, con la massima fermezza e certezza della pena. La certezza della pena deve essere un pilastro della giustizia, e dell’educazione al rispetto delle regole, di cui è cardinale il rispetto della persona, ad ogni età. Nel caso di stupro compiuto da minori bisognerebbe smettere di coltivare il mito dell’irresponsabilità, di definire “ragazzate” questi delitti imperdonabili, solo perché compiuti da minori. In ogni caso, bisognerebbe eliminare ipotesi di attenuanti o di esimenti e valutare come aggravanti lo stupro commesso in gruppo o sotto l’effetto di droghe o di alcool. Le donne muoiono principalmente per mano dei loro mariti, ex-mariti, padri, fratelli, fidanzati o amanti, innamorati respinti. Insomma per mano di uomini che avrebbero dovuto rappresentare una sicurezza. I numeri in Italia sono impietosi: muore di violenza maschile una donna ogni due o tre giorni. Chiediamo, sopra ogni cosa, leggi severissime e senza alcuna attenuante, ma soprattutto la certezza della pena. Nelle attuali norme del Codice Penale esistono possibilità di interpretazioni soggettive, tali da rendere vana la giustizia e tali da “uccidere” una seconda volta la vittima. Basta patteggiamenti, confessioni pilotate, sconti di pena, indulti e premi per buona condotta. Anche senza il morto questi delitti uccidono. Giuseppina Rubino



venerdì 27 settembre 2013

convegno sulla Prevenzione e diagnosi precoce delle patologie femminili con lo slogan "Difendiamoci da sole"




  •    La Bottega dell'Oliva Ascolana e l'azienda vinicola Casal Del Giglio saranno sponsor dell'evento

  • Sabato 12 Ottobre 2013 alle ore 16.00, in occasione del mese della prevenzione dei tumori, l'Associazione "Valore Donna" ha organizzato presso il Circolo Cittadino di Latina, piazza del Popolo, il convegno sulla Prevenzione e diagnosi precoce delle patologie femminili con lo slogan
    "Difendiamoci da sole"

    Parteciperanno i seguenti relatori:

    Dr. Roberto Saccozzi : Lo stile di vita nella prevenzione oncologica gia' Vice Direttore Dipartimento Oncologia Chirurgica Istituto Nazionale Tumori di Milano

    Prof. Edmondo Terzoli : L’oncologo clinico nella prevenzione gia' Direttore Dipartimento Oncologia Clinica Istituto Tumori Regina Elena di Roma

    Dr. Roberto Saccozzi : Diagnosi precoce della neoplasia mammaria

    Dr. Luciano Mariani : Prevenzione delle neoplasie HPV correlate Responsabile HPV Unit Istituto Tumori Regina Elena di Roma

    Dr. Lorenzo Pellegrino : Perche' non si aderisce ad una campagna di prevenzione e diagnosi precoce Dirigente Neurologo Azienda Ospedaliera di Caserta

    Dott.ssa Anna Mancuso : Ruolo di un'associazione di volontariato Presidente dell'Associazione "Salute Donna"

    Modera il convegno la Dott.ssa Alida Castelli Consigliera di Parita' della Regione Lazio

    Seguirà dibattito aperto al Pubblico


mercoledì 28 agosto 2013

Querelopoli, il silenzio regna sovrano


 http://stefanosantachiara2.wordpress.com/2013/08/28/querelopoli-il-silenzio-regna-sovrano/
Non è retorica sostenere che la legislazione in materia di diffamazione sia un palliativo ai colpi inferti alla libertà di stampa. Il problema è connesso alla generale mancanza di volontà politica (e delle lobby di riferimento) di far funzionare la Giustizia, dunque di invertire la ratio di norme che producono il sovraccarico dei tribunali (l’editoriale di Luigi Ferrarella sul Corriere della Sera). Qui intendo occuparmi degli effetti devastanti che cause penali e civili possono avere sui giornalisti e sulla capitis deminùtio dei lettori, privati di notizie e inchieste di interesse pubblico. Il disegno di legge degli onorevoli Enrico Costa (Pdl) e Walter Verini (Pd), approvato il 2 agosto 2013 dalla Commissione Giustizia e tra pochi giorni in discussione alla Camera, vieta il carcere per i reati di ingiuria e diffamazione a mezzo stampa lasciando la competenza al giudice monocratico. Contemporaneamente però inasprisce le sanzioni pecuniarie: oggi l’articolo 595 del codice penale prevede in caso di condanna una reclusione da 6 mesi a 3 anni o in alternativa una multa non inferiore a 516 euro. La nuova norma introduce una pena pecuniaria sino a 10mila euro, che sale nelle forbice da 20 a 60mila euro se il reato è aggravato dalla consapevolezza dell’atto diffamatorio. Si tratta di una spada di Damocle sui bilanci delle piccole testate in evidente contrasto con la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, che da tempo stigmatizza le sanzioni pecuniarie sproporzionate. Per quanto attiene all’informazione sul Web, ultimamente al centro dell’attenzione politica, è stata resa obbligatoria la rettifica per le testate registrate in tribunale, in termini decisamente tranchant per una materia così complessa: entro due giorni, senza commento, a prescindere dalla veridicità delle replica del presunto offeso  (la riflessione di Bruno Saetta sul sito Valigiablu). E pensare che la correzione, se declinata negli interessi di ambo le parti, potrebbe essere lo strumento per ridurre i contenziosi. Ad esempio, il legislatore potrebbe prevedere che la rettifica da parte del cronista, in caso di errore in buonafede, estingua la causa in partenza.
Si assiste ciclicamente al dibattito sullo spauracchio della detenzione carceraria dei giornalisti come se non fosse un caso rarissimo, in realtà ennesima teatrale bolla mediatica di cui si serve il Sistema (sui cui meccanismi, in altri ambiti, torneremo presto). Il più recente ha riguardato il direttore de “Il Giornale” Alessandro Sallusti, condannato in via definitiva per omesso controllo di un corsivo di sei anni fa sotto lo pseudonimo Dreyfus, alias Renato Farina. L’agente Betulla dei Sismi, che ha palesato la paternità dell’articolo l’indomani della sentenza, aveva leso l’onore del giudice tutelare di Torino Giuseppe Cocilovo. Sallusti, che rischiava di scontare ai domiciliari una pena di 1 anno e 2 mesi, fortunatamente ha ottenuto la commutazione in pena pecuniaria dal capo dello Stato Giorgio Napolitano, una grazia soft che ricalca la vicenda del collega e senatore Lino Iannuzzi, salvato da Carlo Azeglio Ciampi nel 2005. Il problema concreto della giustizia in relazione alla nostra categoria, piuttosto, è quello di rendere meno sproporzionate le ripercussioni economiche e professionali tra le cosiddette “macchine del fango” e chi sbaglia in modo colposo, e ancora da chi viene colpito da querele intimidatorie. Oltre all’annosa questione della soglia interpretativa entro cui si forma la sentenza di risarcimento del danno, cagionato talvolta da scritti documentati, esistono condizioni di “vulnerabilità” di una minoranza di giornalisti che pure non subiscono condanne né soccombono civilmente: inchiestisti e cronisti che intervengono a titolo personale a convegni, trasmissioni radio e tv, scrivono come freelance o si ritrovano dalla sera alla mattina senza la tutela legale dell’editore. E’ necessario ricordare che spesse volte gli avvocati sono da retribuire anche quando nel procedimento giudiziario il giornalista vanta il 100% delle ragioni. Il codice di procedura penale sottolinea che in caso di assoluzione dell’accusato il querelante possa essere condannato al rimborso delle spese legali e ad un risarcimento (articolo 542 c.p.p.) ma la norma trova rara applicazione. In ogni caso, soltanto per un accesso agli atti e un’udienza preliminare il cronista più inattaccabile può dover riconoscere al difensore alcune migliaia di euro. La riforma dell’ ordinamento professionale forense  (legge 247 del 2012) rimanda, per la determinazione delle spese legali, all’articolo 2333 del codice civile lasciato intonso dalla liberalizzazione dell’ex ministro per lo Sviluppo Economico Pier Luigi Bersani: “Il compenso, se non è convenuto dalle parti e non può essere determinato secondo le tariffe o gli usi, è determinato dal giudice; in ogni caso la misura del compenso deve essere adeguata all’importanza dell’opera e al decoro della professione”. Consideriamo poi un aspetto non secondario per il giornalista citato per danni: al termine del contenzioso, mediamente lungo e ricco di udienze, non di rado il giudice decide per la compensazione dei costi di giudizio (divisione tra le parti delle spese legali e processuali) malgrado rigetti la causa infondata. Le parcelle degli avvocati, in base alle suddette valutazioni tariffarie, aumentano in relazione all’ entità delle richieste risarcitorie, solitamente elevate nelle istanze minatorie. Se aggiungiamo che precari e freelance ricevono compensi saltuari e inadeguati per un lavoro impegnativo, il gioco è fatto. I potentati economici, politici e criminali possono penalizzare fortemente il giornalista anche se ha rispettato ogni regola del deontologicamente corretto: ha scavato, scoperto, verificato ogni fonte e pubblicato vicende di rilevanza sociale. E i protervi network che hanno perduto la battaglia in tribunale? Almeno loro pagheranno lo scotto, si dirà. Certo, nel preventivato costo del pool di avvocati che permette di centrare lo scopo: creare per lungo tempo disagio al giornalista reprobo, colpendone “uno per educarne cento” se i colleghi avessero intenzione di occuparsi del medesimo scandalo. Infatti, al termine di tali processi civili, se anche il giudice afferma la palese infondatezza del ricorso, pochissimi cronisti presentano contro-causa per lite temeraria, in quanto comporterebbe ulteriori anni di impegno e spese nei tribunali.
Porto ad esempio la mia esperienza. Nel marzo 2012, un mese dopo la chiusura del giornale L’Informazione, subisco una causa civile intentata da Cooprocon, una cooperativa citata nella puntata di Report di tre mesi prima dedicata al cosiddetto ‘Sacco di Serramazzoni’. La coop chiede al sottoscritto, alla conduttrice Milena Gabanelli e all’autore del servizio Giuliano Marrucci, nonchè ai due cittadini intervenuti Francesca Ragusa e Oliver Zaccanti, un risarcimento indeterminato ma comunque non inferiore a un milione di euro ciascuno. Il processo è in corso, abbiamo rifiutato la mediazione preliminare in quanto certi di aver riferito fatti documentati, di interesse pubblico e in modo continente. Personalmente ho confermato l’esistenza di un’indagine su una presunta lottizzazione abusiva e letto visure camerali che dimostrano come il sindaco Luigi Ralenti detenesse una piccola quota di una società collegata ai soci della stessa cooperativa tramite partecipazioni a matrioska. Ralenti, per inciso, è accusato di essere stato corrotto dall’ex soggiornante obbligato gioiataurino Rocco Baglio nel primo caso di rapporti tra mafia e Pd scoperto in Emilia Romagna. Secondo il mio avvocato Fausto Gianelli, già legale dei ragazzi pestati dalla polizia alla caserma Diaz durante il G8 del 2001, si tratta di una azione “intimidatoria finalizzata a imbavagliare la stampa scomoda”. La stessa posizione è stata espressa da Ossigeno, Articolo 21, sindacato e Ordine dei giornalisti. Questo contenzioso si va a sommare ad un’altra causa da 500mila euro (bontà loro) intentata da una dipendente comunale che pure non veniva identificata neppure con le iniziali nel mio pezzo su L’Informazione di Modena. L’ultima frontiera di Querelopoli, però, sembra essere la causa-fantasma, risorta come la Fenice dopo la morte del giornale per chiedermi conto di un articolo che più anonimo e generico non si può. A metà luglio 2013 vengo edotto dell’avviso di chiusura delle indagini per il reato di diffamazione a mezzo stampa e al tempo stesso dell’informazione di garanzia con la nomina di un difensore d’ufficio. La cronaca incriminata concerne la vicenda di un militare costretto a vivere in Accademia dopo la separazione dall’ex moglie che invece possiede tre abitazioni, una storiella da trafiletto che non ricordo di aver scritto, pubblicata nel novembre 2010 su L’Informazione. La querela della donna, valida solo entro 90 giorni, è quindi stata accantonata per quasi 3 anni e ripescata ora dalla competente Procura di Cremona. Piccolo particolare: l’articolo non è siglato. Secondo dettaglio: né il militare né la ex consorte sono minimamente identificabili. Dato  che nel frattempo L’Informazione ha chiuso i battenti, essendo stata privata dei contributi per l’editoria per effetto di accuse poi rivelatesi infondate, dovrò ancora una volta pagare l’avvocato. A chi, dopo il caso di Report, raccontava che per respingere gli attacchi basta “fare bene il proprio lavoro” giova ribadire i succitati dati di realtà: un giornalista privo di tutela legale deve sostenere l’ onorario dell’avvocato anche se esce indenne dal procedimento e, nel civile, può dividere le significative spese di giudizio quand’anche la parte ricorrente sia soccombente. Ne consegue una sorta di giornalista del nuovo millennio “vincente e mazziato”. Fino a quando L’Informazione era in vita (2007-2012) non davano problemi le cause più o meno infondate, così come non ne provocherebbero se ne arrivassero per i miei articoli sul Fatto Quotidiano (finora nessuna). Tutte le querele di allora, intentate in prevalenza da politici, affaristi, mafiosi direttamente o tramite i loro sgherri, si sono concluse con l’archiviazione o il proscioglimento. Ricordo in particolare il caso di Lorena Teneggi, finta commercialista modenese pluridenunciata e assolta per truffe e appropriazioni indebite, ma condannata a 3 anni nel 2006 grazie alla barista-edicolante Tina Mascaro: Teneggi, dopo essersi fatta assumere come contabile, intascava il denaro dell’attività della Mascaro già messa a dura prova dal braccio di ferro con il Comune.Nel pezzo, oltre a ripercorrere le gesta di Teneggi altrimenti ignote, scrivevo della fase finale del processo dov’era imputata per bancarotta fraudolenta di una società intestata ad un camionista, ricordando che nel procedimento connesso il titolare, condannato con il rito abbreviato, l’aveva chiamata in correità quale amministratrice occulta. Per la cronaca Teneggi, anche grazie alle smentite dei funzionari di banca a dibattimento, fu assolta dall’accusa che l’avrebbe condotta in carcere, querelò invano per l’articolo e il sottoscritto non dovette versare un euro per difendersi. Questo significa avere le spalle coperte per esercitare il diritto-dovere di informare i cittadini.
In conclusione la censura oggi possiede un’arma, quella delle cause temerarie per diffamazione con o senza mezzo stampa, in sede penale o civile, un’arma che diventa formidabile se inoculata nelle “finestre di vulnerabilità” di un ex redattore, un autore di libri o un pubblicista freelance privi di copertura legale. L’altra faccia della medaglia riguarda il fatto che taluni colleghi pluri-garantiti sono invece liberissimi non solo di continuare a tacere, minimizzare o manipolare le notizie sgradite, ma persino di infamare senza pagarne il fio. L’editore di peso, che in Italia ha interessi nei settori più svariati, si fa carico delle spese di giudizio e di molto altro: dalla transazione per la remissione di una querela al pagamento del risarcimento per cui risponde in solido, talvolta della pena pecuniaria inflitta al dipendente. Al contrario, una copertura estesa difficilmente potrà essere sostenuta dai piccoli giornali e dai siti di informazione, soprattutto se i collaboratori venissero bersagliati da azioni legali modello “pizzino”. Per le testate online la prospettiva sarebbe funesta se, come auspicato da più parti, dovessero diventare punibili con l’art. 595 anche i blogger collegati e i commenti dei lettori. Ecco il paradosso, o doppiopesismo castale. Possibile che la libertà di informazione sia messa in pericolo soltanto dalla minaccia di chiusura di programmi tv di conduttori famosi e non quando viene silenziato il cronista scomodo? Evidentemente sì, non solo per il conformismo diffuso che celebra riti e miti mediatici a costo (e rischio) zero trasformando (tristemente) in atto di coraggio il giornalismo che non fa sconti, ma per la contraddizione di fondo del watch-dog all’italiana, un contropotere troppo legato ai veri poteri, in balia di aumenti di capitale, endorsement pubblicitari, contributi pubblici per l’editoria, partitopoli e parentopoli (to be continued…).
Nella giustizia penale sarebbe un passo avanti l’applicazione dell’opzione della condanna del querelante sconfitto al pagamento delle spese, in quella civile basterebbe inserire una norma di poche righe: sia data facoltà al giudice di valutare nel merito l’istanza in via preliminare e, ove fosse manifestamente infondata, di cassare irrogando una multa per l’assurdità esaminata. Stop, con buona pace degli intenti intimidatori e delle prebende degli avvocati. Oppure si potrebbe stabilire che chiunque trascini in tribunale chiedendo risarcimenti astronomici sia infine costretto, in caso di rigetto, a pagare alla controparte la stessa somma. Nelle nuove norme non c’è niente che vada in questa direzione. E se provassero, per vedere l’effetto che fa?

sabato 20 agosto 2011

TRIBUNALE MINORILE: QUALE GARANZIA PER I MINORI?


Pregherei la massima diffusione di questo interessante articolo, nella speranza che arrivi agli "addetti ai lavori" e all'opinione pubblica. Ringrazio la dott.ssa Parisi per la fiducia. Giuseppina

Come si può dedurre da questo articolo della dott.ssa Parisi Francesca, anche gli addetti ai lavori si rendono conto di quanto sia squilibrato e ingiusto il sistema giudiziario che si occupa del futuro dei minori.
Dr.ssa Francesca Parisi
Psicologo clinico             
                                  CTU e Perito presso il Tribunale di Civitavecchia        

   TRIBUNALE MINORILE: QUALE GARANZIA
Spunti e riflessioni critiche


Negli ultimi anni, tra gli addetti ai lavori, si è acceso un forte dibattito circa l’agire e l’operare della magistratura minorile, autrice, molto frequentemente, di provvedimenti criticati da più parti per essere ormai diventati il risultato di apprezzamenti personali dei giudici e delle loro idee sulla famiglia, basate su opinioni non verificabili con il conseguente risultato di rendere tale istituto anacronistico e pericoloso.
La cronaca registra troppo spesso situazioni drammatiche in cui da madri, padri e nonni vengono allontanati figli e nipoti con collocazioni in istituti o sistemazioni analoghe, vietando il più delle volte, qualsiasi tipo di contatto anche in ambiente protetto.
Tali decisioni, nella quasi totalità dei casi, omettendo la preventiva audizione degli interessati e senza procedere ad una debita ed approfondita istruttoria.
L’assenza di un rappresentante legale degli interessi dei minori fa sì che il giudice minorile sia nel contempo organo giudicante e portatore dell’interesse superiore del minore, con la conseguenza che, troppo spesso, in modo aprioristico e preconcetto, la voce del genitore, che viene a trovarsi in contrapposizione con il bambino davanti al magistrato, venga disattesa, quando neppure audita.
Quest’ultima ipotesi si verifica oramai quale prassi quando il procedimento avanti al Tribunale dei Minori abbia inizio ad istanza del Pubblico Ministero presso la Procura della Repubblica Minorile.
Il PM formula delle proprie istanze, di solito di sospensione o di decadenza della potestà genitoriale e di pedissequo affidamento del minore ai servizi sociali, di cui il Tribunale Minorile, in accoglimento, provvede spesso senza aver dato modo alla famiglia naturale di far ascoltare le proprie ragioni.
Il procedimento minorile è governato dai principi della Camera di Consiglio, composta da due magistrati togati e da due onorari, laureati in psicologia o in discipline affini.
Peculiarità quest’ultima che, voluta al fine di far sì che la decisione non fosse frutto esclusivamente del pensiero tecnico-giuridico del magistrato.
L’esperto infatti, non è nella veste di ausiliario del Giudice, di cui questo si avvale, pur conservando la propria autonomia decisionale, per sopperire alla propria non conoscenza tecnica, ma è al contempo colui che delibera il provvedimento.
Apporto specialistico, quello dei magistrati onorari, che ben potrebbe essere offerto dai consulenti tecnici, operanti nel contraddittorio con quelli di parte, nominati dal Giudice Ordinario.
Oggi la procedura in Camera di Consiglio seguita dal Tribunale Minorile lede pesantemente i diritti costituzionali della difesa e del contraddittorio, dettati dagli articoli 24 e 111, comma 2 della Costituzione, nonostante vengano codificati quali principi primari inderogabili per ogni processo.
Frequenti sono le fattispecie in cui viene segnalato che il minore potrebbe essere vittima di violenza e il Tribunale dei Minori, senza neppure convocare la famiglia, procede all’allontanamento del minore lasciando i genitori soli a protestare la loro innocenza, il loro dramma, una violazione del diritto naturale.
Troppo spesso il Giudice Minorile nella sua operatività incarica il servizio sociale di effettuare un’indagine sul minore a “ rischio” e sul nucleo familiare.
Nella mia consolidata esperienza professionale mi sono trovata ad affrontare dei casi istruiti presso il Tribunale Minorile, dove sono stati attivati i servizi sociali per formulare una “diagnosi”, per pervenire a una “prognosi” e per approntare gli interventi di competenza.
Le numerose relazioni di cui ho letto tanto in questi anni di lavoro, sono sempre state redatte a firma dell’assistente sociale e mai da un esperto in psicologia o discipline affini, con comprovata esperienza sulla materia.
Ho riscontrato un’enorme superficialità ed incompetenza nel modus operandi di queste persone, nel fornire valutazioni tecniche al Giudice Minorile, che dovrebbero essere utili a quest’ultimi al fine dell’emissione dei provvedimenti nell’esclusivo interesse del minore.
Troppo frequentemente ho assistito a giudizi e valutazioni emessi dall’assistente sociale, che dilagavano prepotentemente dal proprio ruolo e dal proprio titolo professionale, configurando un vero e proprio abuso della professione.
Ho letto relazioni di assistenti sociali tessute del linguaggio e degli strumenti propri della dottrina psicologica, arrivando persino a somministrare dei test.
Mi è capitato troppo spesso di incorrere in valutazioni su soggetti interessati non oggettivizzate da alcun accertamento tecnico- specialistico, veder fornire interpretazioni sulla scorta di eccessivi pregiudizi personali, senza aver debitamente provveduto ai riscontri utili e necessari all’approfondimento della vicenda familiare in questione.
I bambini spesso vengono allontanati dal proprio nucleo familiare perché l’abitazione in cui vivono, visitata dall’assistente sociale, viene ritenuta poco spaziosa e non decorosa o perché il minore, in quanto obeso, è sicuramente vittima dell’incuria genitoriale.
Un legame affettivo dei genitori nei confronti del figlio, giudicato eccessivo o troppo permissivo da un assistente sociale, fa sì che il Tribunale Minorile allontani quel bambino dalla famiglia e magari lo collochi presso una struttura protetta, senza che venga presa in considerazione la legittima possibilità di un affidamento ai nonni o ad altre figure parentali di riferimento del minore.
Capita anche che venga audita solo la voce di un genitore e dato per certo solo da quanto riferito da questi ultimi, per essere sufficiente una segnalazione all’autorità competente.
Magari, prima di questo eccessiva manovra denunziatoria, forse sarebbe opportuno ascoltare anche l’altro genitore e se utile esaminare anche il minore, per comprendere se si trova realmente in una situazione di rischio di incuria o di maltrattamento.
Ritengo che sarebbe utile rispettare delle condizioni minime per l’allontanamento del minore dall’ambiente familiare, posto che la normale collocazione del minore è nella famiglia d’origine e che va presupposto fino a prova contraria che la famiglia voglia il minore presso di sé.
E’ necessario verificare che il minore sia il danneggiato, che l’attuale sistemazione del minore non sia modificabile in modo autonomo e che l’allontanamento sia meno dannoso della permanenza in famiglia.
Ma chi dovrebbe essere incaricato a stabilire preventivamente di cui sopra?
La risposta a questo inquietante quesito mi trova concorde nel ritenere non idonea certo la figura di un assistente sociale, ma quella di uno psicologo o specialista in discipline affini, a cui il Giudice Minorile dovrebbe conferire il ruolo di CTU durante il procedimento giudiziario per l’acquisizione di elementi e valutazioni tecniche omogenee e complete e soprattutto dotate della dovuta competenza specialistica.
La nomina di un CTU è attività discrezionale dell’autorità giudiziaria, ma in questi anni di esperienza lavorativa, ho preso atto che la magistratura ordinaria si avvale sempre di più, ritenendolo necessario, del contributo dell’ausiliario tecnico nei procedimenti civili di affidamento dei minori nei casi di separazione e divorzio, nominando uno psicologo e non certo un assistente sociale.
Il magistrato è chiamato ad emettere i provvedimenti di affidamento della prole, ben consapevole che il suo sapere giuridico non sempre gli consente la conoscenza dovuta di quel contesto familiare con tutte le implicazioni psicologiche, relazionali ed affettive di cui si connatura.
Per cui sopra, il giudice ritiene opportuna la disposizione di una consulenza tecnica d’ufficio, che si configura come un vero e proprio mezzo istruttorio, garantendo, con la presenza di tutti gli attori coinvolti nella vita di quel bambino (genitori, minore, nonni, maestre….) e con l’intervento previsto dei CTP, il diritto inviolabile del contraddittorio.
Una prassi giurisprudenziale quella del Tribunale Minorile, in tema di allontanamento dei minori dalle famiglie di origine, che utilizza con eccessiva discrezionalità, e perciò con troppa ampiezza, i poteri conferiti da una legge estremamente imprecisa  ed indeterminata, quanto ai limiti di intervento delle autorità statali nel rapporto fra genitori e figli.
Un siffatto orientamento peraltro configura il più delle volte, anche una violazione della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo (Art.8) e della stessa Convenzione per la tutela dei diritti del fanciullo.
Si tratta infatti, in entrambi i casi, di fonti normative che sono ad ogni effetto leggi dello Stato, ma la cui osservanza non si riesce fin qui ad assicurare in maniera tempestiva e puntuale da parte dei nostri Tribunali.
Riporterò di seguito due casi di cui mi sono occupata, emblematici della  critica situazione che sono andata finora analizzando.
La prima storia mi vede coinvolta su proposta di un avvocato, che mi ha richiesto di esprimere un parere extragiudiziale per ottenere l’affidamento di un bambino da parte dei nonni materni.
Il piccolo D. nasce da una coppia di fatto, viene allontanato all’età di circa 3 anni dai genitori, perché ritenuti inidonei al suo accudimento, in base a relazioni effettuate dai servizi sociali, considerate complete e tecnicamente valide dal Giudice Minorile, ai fini del provvedimento di collocazione del minore presso una famiglia affidataria.
I contatti fra il bambino e i suoi genitori vengono drasticamente interrotti e limitati ad una visita mensile, con il controllo pregiudizievole dei genitori affidatari.
I nonni materni sempre molto vicini e presenti materialmente ed affettivamente nella vita del nipote, non sono stati per nulla contemplati come possibili e legittimi affidatari del bambino, nonostante la legge lo stabilisca.
Nulla è valso il loro ricorso presso il Tribunale Minorile, le udienze sostenute al cospetto del giudice per vedersi riconoscere i loro diritti, o meglio dire, il diritto superiore del minore a crescere nella propria famiglia, anche allorquando i genitori naturali sono nella condizione materiale e psicologica di non potersi prendere cura di lui.
Questi nonni hanno presentato certificazioni attestanti la loro piena idoneità psicofisica, hanno dimostrato la loro adeguatezza economica e soprattutto il loro forte amore verso il nipote.
Tutto ciò non è stato ritenuto soddisfacente per il giudizio del magistrato, in quanto i servizi sociali, nelle loro numerose relazioni continuavano ripetutamente ad esprimere giudizi negativi per un affido di D. ai nonni, non suffragate da significativi elementi probatori.
L’avvocato non riusciva ad avere un colloquio con il servizio sociale, in quanto rifiutavano ogni disponibilità in tal senso, non poteva nominare un suo consulente di parte, in quanto non era stata disposta una CTU.
Intanto D. cresceva nella “nuova famiglia” iniziando a manifestare i segni di un profondo disagio: ogni qualvolta che incontrava i nonni gli chiedeva  disperatamente di ritornare a casa, ma nessuno sembrava disposto a dar ascolto al suo profondo disagio.
Anche i genitori affidatari dicevano al bambino che loro ormai rappresentavano la sua famiglia , che doveva adattarsi a questa nuova realtà.
Il mio compito in questa triste vicenda è stato quello di redigere una mia relazione di parte, dopo aver debitamente effettuato valutazioni ed accertamenti specialistici , esaminando anche, quando l’avvocato è riuscito ad entrarne in possesso, le relazioni degli assistenti sociali.
Ho ritenuto necessario produrre mie note critiche e controdeduzioni su quanto erroneamente e discrezionalmente asserito dagli assistenti sociali, che si sono, peraltro, succeduti l’uno all’altro nel tempo, negli interventi su questa  delicata vicenda.
Con la viva speranza che il giudice mi ascoltasse, oltre che ad esaminare la mia relazione, sono riuscita a presenziare insieme all’avvocato ad una delle tante udienze, in cui ho avuto la fortuna di essere audita.
D. rischiava seriamente di essere posto nello stato di adozione, ma l’illuminato giudice, dopo qualche mese, decide per il rientro del bambino in famiglia, disponendo l’affido ai nonni, con prescrizione di interventi a sostegno psicologico del minore “danneggiato”.
Chi avrà danneggiato la psiche e la vita di questo bambino, in un periodo evolutivo così delicato ?
Lascio libera ed aperta ogni considerazione e riflessione.

L’altro caso, altrettanto drammatico, di cui ho finito di occuparmi da poco tempo per conto del Tribunale Ordinario in qualità di CTU, riguarda la storia di una separazione.
Il Giudice Ordinario, prima di emettere provvedimenti di affido della prole, ritiene opportuna la disposizione di una consulenza tecnica.
Vengo a conoscenza, sin dall’inizio del mio mandato, che in questa vicenda familiare è già in atto da qualche tempo l’intervento del Tribunale Minorile, il quale ha emesso dei provvedimenti molto restrittivi nei confronti del padre, consistenti nella frequentazione con i propri bambini ( A. di 5 anni e G. 2 anni) in contesto protetto, del divieto di avvicinarsi all’abitazione coniugale e ai luoghi frequentati dalla moglie e dai figli e di sottoporsi a cure psichiatriche.
La mia articolata e complessa indagine tecnica, mi ha portato a valutare che il padre non ha mai maltrattato i figli, che non è un soggetto che soffre di disturbi psicopatologici, che non è la persona violenta ed instabile emotivamente come descritta dalla moglie.
Quest’ultima, durante il periodo di conflittualità coniugale, si rivolge ai servizi sociali, esponendo la sua versione dei fatti in merito ai comportamenti fortemente aggressivi del marito.
L’assistente sociale segnala il caso alla Procura della Repubblica presso il Tribunale Minorile, il quale senza una debita e necessaria istruttoria, attiva il Tribunale Minorile, che solo dopo 4 mesi ascolta i due genitori ed adotta i provvedimenti nominati.
Questo padre, incredibilmente, non è stato mai ascoltato dall’assistente sociale, che invece si è preoccupato e si è fidato solo di ciò che ha raccontato la moglie, ritenendo opportuno, in base a questa esigua e personale rilevanza, di attivare la macchina giudiziaria, che poi ha agito solo in virtù di un mero potere discrezionale
Non ci si è preoccupati di effettuare un esame psicodiagnostico su questo padre e magari opportuno pure sulla madre, che comunque viene etichettato (non si comprende bene da chi) come insano psichicamente, tanto da prescrivergli interventi specialistici.
Questo uomo si va pure a curare, ma lo psichiatra gli dice che non ha nessun disturbo, anzi con tutti i problemi che si è trovato ad affrontare in questo ultimo periodo, fin troppo bene sta.
Anche le conclusioni a cui io pervengo, dopo aver effettuato scrupolosamente i miei accertamenti tecnici, che hanno richiesto tempo e notevole impegno, rilevano una piena idoneità genitoriale paterna.
Risultato questo, che non è stato ben gradito dalla moglie, da sempre sostenitrice dell’inaffidabilità del ruolo genitoriale paterno.
Credo che queste ultime parole ci facciano ben comprendere la genesi e l’evoluzione di questa vicenda familiare, umana e giudiziaria.
Questo papà è stato fortemente danneggiato come persona e come genitore, da una parte del sistema giudiziario e sociale troppo spesso indolente, incauto, incompetente a valutare i vissuti umani, soprattutto quelli sottaciuti dei bambini, sempre più rappresentanti la “minoranza silenziosa”nel coro degli adulti.
Quanto fin qui esposto merita delle attente riflessioni e considerazioni, che dovrebbero portare gli addetti ai lavori e la società civile a prendere delle posizioni ferme nelle sedi opportune.
Pensiamo soltanto che il Tribunale dei Minori è stato istituito nel 1934 con Decreto Regio per la tutela dei minori orfani di guerra, ma ci ritroviamo a distanza di troppi anni, in una condizione di immutata situazione legislativa, soprattutto per ciò che concerne l’ambito civilistico.
Qualche anno fa il ministro Castelli azzardò una proposta di legge per una drastica riforma legislativa del Tribunale Minorile, ma che non vide il consenso fra le parti politiche.
Ci fu pure un’altra proposta di legge di iniziativa popolare per la soppressione del Tribunale dei Minorenni ed istituzione di sezioni specializzate per gli affari familiari e per i minori presso il Tribunale Ordinario, ma che fu del tutto ignorata.
Oggi, in un momento storico in cui il Parlamento è intervenuto sui principi costituzionali al fine di riscriverli in chiave maggiormente garantista della parità delle parti processuali, questo Parlamento deve provvedere in maniera radicale ad affrontare il problema, poiché ci troviamo in questa situazione di urgenza, in cui la tempestività serve ad evitare ulteriori casi drammatici.
E’ necessario intervenire in modo risolutivo in tutte le problematiche minorili, con una legiferazione onde far sì che anche il diritto del minore a vivere nella propria famiglia naturale, diritto altresì riconosciuto da tutte le Convenzioni internazionali, laddove debba essere sacrificato, lo sia con le garanzie di difesa che il nostro ordinamento giuridico riconosce a tutti i soggetti di diritto.
Di seguito riporto alcuni articoli del testo della proposta di legge ad iniziativa popolare, a cui mi sento di aderire pienamente.

Art.1 “Il Giudice può pronunziare la decadenza della potestà quando risulta provato che il genitore ha ripetutamente trascurato o abusato dei relativi poteri con pregiudizio gravissimo del figlio”.

Art.3 “Quando i motivi di pericolosità previsti dagli articoli 330 e 333 risultano comprovati con riguardo ad entrambi i genitori, il Giudice deve sempre preferire l’affidamento del minore a quello tra i parenti che appaia maggiormente idoneo ad assicurare adeguata occasione di sviluppo psicofisico. L’allontanamento del minore dalla residenza familiare ed il conseguente affidamento a soggetto diverso da quelli fin qui indicati, può essere disposto laddove risulti evidente la prova che:

a)    il minore è esposto a rischio concreto ed attuale di violenze fisiche, sessuali o morali da parte di uno o entrambi i genitori;
b)    che non esiste nel contesto degli ascendenti di primo e secondo grado, o dei collaterali, alcun soggetto disponibile e idoneo ad assicurare adeguata occasione di sviluppo psicofisico per il minore.

Art.5  Tutti i procedimenti riguardanti i minori devono prevedere, pena la nullità, il contraddittorio delle parti interessate. In particolare il Giudice deve sentire personalmente sia il minore che i genitori.
Nell’ascoltare il minore il Giudice deve avvalersi dell’assistenza di consulente che disponga di idoneo titolo di studio e di comprovata esperienza, e deve dare conto in sede di motivazione delle aspirazioni e dei bisogni del minore stesso, dove ritenga di doverli disattendere. I servizi di assistenza sociale intervengono nei procedimenti riguardanti i minori soltanto in sede di esecuzione del provvedimento del Giudice e finchè ne dura l’efficacia fornendo assistenza e collaborazione entro i limiti che il Giudice stesso stabilisce caso per caso”:

venerdì 10 giugno 2011

"La tutela dei minori? In Italia è solo a parole"

Wikio
Vorrei ringraziare a nome di tutti i bambini chi mi ha sostenuta e sostiene in questa battaglia.
Ringrazio la dott.ssa Stefania LaMalfa ed il suo articolo su:

http://affaritaliani.libero.it/sociale/petizione_tribunale_minori100611.html?ref=frame

il dott. Roberto Malini dell'associazione " everyone"
http://www.everyonegroup.com/it/EveryOne/MainPage/Entries/2011/6/7_Difendiamo_i_minori_e_le_famiglie.html

e gli amici che hanno firmato la petizione e spero se ne aggiungeranno altri.

Grazie per aver dato voce a tanti minori ... 
Bambini tolti ai propri genitori attraverso decreti urgenti e provvisori emessi dal Tribunale dei minori. Bambini che passano di affido in affido per molti anni. Parte da un gruppo di cittadini una petizione per chiedere la modifica dell'iter con cui nel nostro paese vengono trattati i problemi dei più piccoli.
La petizione ha già ricevuto un centinaio di adesioni sia dall'Italia che dall'estero. Giuseppina Rubino, l'ideatrice della petizione, sceglie Affaritaliani.it per presentare l'iniziativa. Sposata, senza figli, è una casalinga milanese di 53 anni: "Non avendo figli non ho interessi diretti verso la petizione ma ho sempre fatto volontariato e mi sento vicina ai problemi dei bambini. In Italia ci sono 32mila minorenni in istituto: basta che parta una segnalazione di un assistente sociale o anche semplicemente di un vicino di casa che i bimbi vengono tolti ai genitori. Poi magari passano di affido in affido, come è successo alla bambina che 12 anni fa ho avuto in affido: so che ha vissuto poi in altre famiglie ma che alla fine ha sofferto molto".
"Ho aperto due pagine su Facebook - aggiunge Rubino - chiedendo provocatoriamente l'abolizione del Tribunale dei minori. Quello che condanno è l'iter con il quale sono affrontate in Italia le questioni che riguardano i bambini. I decreti urgenti e provvisori emessi dal Tribunale dei minori diventano poi di fatto definitivi. Questo non è ammissibile: se ci sono i presupposti meglio dare subito i minori in adozione. E penso che i politici debbano farsi carico dei problemi dei bambini".

LA PETIZIONE
Siamo un un gruppo di cittadini italiani che si propongono di modificare secondo coscienza le modalità con cui vengono trattati in Italia i problemi dei minori e delle loro famiglie. Per esempio le relazioni delle assistenti sociali sono recepite dal Tribunale dei minori senza la possibilità di una controrelazione. Altro esempio da prendere in considerazione le procedure di urgenza e di provvisorietà da parte del Tribunale dei minori che, in relazione alla lentezza delle indagini e delle conclusioni, si traducono in procedimenti di lunga durata, autentiche catastrofi nel pieno dello sviluppo della personalità minorile.
Spesso la procedura si sviluppa senza la possibilità di un contraddittorio con impossibilità a produrre prove a discarico, relazioni di esperti di parte e quanto altro possa aiutare a controbattere le accuse che sono a senso unico.
Tutto ciò configura un diverso approccio rispetto ad un procedimento verso un adulto, come se il minore fosse un oggetto da contendere, non un soggetto con diritti civili come tutti gli altri. Siamo consapevoli che il problema non sia di facile soluzione, ma abbiamo la presunzione di chiedere che il minore sia trattato come un essere dotato di diritti non inferiori a quello di un adulto e possa esprimere, quando in grado, un proprio parere.
Su facebook ho creato una pagina a questo link: https://www.facebook.com/event.php?eid=132617406816225
Diritti dei bambini Petizione http://www.thepetitionsite.com/1/dalla-parte-dei-bambini/ pubblicata da Abolizione Del Tribunale Minori il giorno martedì 31 maggio 2011 alle ore 11.34
Viviamo in un Paese che dice a parole (ministri, parlamentari, uomini di Chiesa) di amare e voler difendere i diritti e le prerogative dei minori: ora tutto questo si dovrebbe espletare in provvedimenti, leggi e tutele a favore di questi soggetti. Dicevo a parole, perché se andiamo ad analizzare i fatti concreti, le delibere e le sentenze non si trova traccia di tutto questo, anzi il minore è l’oggetto e non il soggetto cui dovrebbe riferirsi il provvedimento. Oggetto conteso tra i genitori, oggetto di analisi prevaricatorie di assistenti sociali insensibili ai problemi della famiglia, oggetto di sentenze senza contraddittorio, maggiore ma non unica vittima di un sistema eretto a vantaggio di chi ci lavora ma non di chi dovrebbe usufruirne i servizi. Una vera aberrazione del diritto è l’art 336 u.c.c.c che prevede l’emissione di provvedimenti urgenti e provvisori , che di fatto divengono definitivi, con danno incalcolabile per il minore il quale magari a torto viene strappato ad una famiglia cui viene riconosciuta ragione ad anni di distanza. Vi chiediamo: è giustizia questa?
La legge prevede che prima di adottare un qualunque provvedimento relativo al minore i genitori debbano essere sentiti ed assistiti da un legale e che il minore stesso sia rappresentato nel procedimento perché il minore non è un oggetto ma un soggetto giuridico. In questi casi il rito, cioè il rispetto delle procedure e delle regole, il contraddittorio, il diritto di difesa è importante, è segno di civiltà giuridica. Il Tribunale per i Minorenni non va riformato, va abolito. E' un retaggio del passato, non dimentichiamo le origini storiche dell'istituto. Il rito davanti al Tribunale per i Minorenni è libero: ma quando non vi sono regole, l'organismo non è più giudiziario! I provvedimenti provvisori ed urgenti disposti sulla base di "segnalazioni", di "relazioni" senza la previa audizione delle parti e senza una seria istruttoria in contraddittorio genera la maggior parte delle volte DISASTRI. In una materia in cui il tempo del processo coincide con la vita del minore!
Chiediamo: "Non devono esistere provvedimenti immediati ed urgenti senza contraddittorio e senza difese degli interessati; reali difese, non formali, anche del minore!"

giovedì 9 giugno 2011

Difendiamo i minori e le famiglie

Wikio
Difendiamo i minori e le famiglie
Tuesday, June 7, 2011, di Giuseppina Rubino e Gruppo EveryOne

Milano, 6 giugno 2011. Il Gruppo EveryOne ha ricevuto da Giuseppina Rubino la richiesta di partecipare a un'azione civile di enorme valore nell'àmbito della difesa dei diritti dei minori e delle famiglie.

Si tratta di un appello che intende imprimere un cambiamento delle modalità con cui in Italia sono trattati i problemi dei minori e delle loro famiglie, le quali, specie se indigenti ed emarginate, si vedono spesso portare via i piccoli senza la possibilità di un contraddittorio o di presentare prove per dimostrare che i bambini sono allevati con attenzione e amore, nonostante le difficoltà sociali.

"Per dar forza e sostegno alla Vostra tesi  - link: http://www.everyonegroup.com/it/EveryOne/MainPage/Entries/2011/5/27_Bambini_tolti_ai_genitori_poveri.html - vi portiamo a conoscenza di una petizione a favore dei minori," ci scrive il comitato. "Speriamo che qualcuno intervenga sul serio, perchè non se ne può più di questo stillicidio di bambini". Il Gruppo EveryOne raccoglie l'appello e inizia a diffonderlo e sostenerlo nelle sedi competenti e presso l'opinione pubblica.

Appello per i diritti dei bambini e delle loro famiglie
Siamo un un gruppo di cittadini italiani che si propongono di modificare secondo coscienza le modalità con cui vengono trattati in Italia i problemi dei minori e delle loro famiglie.
Per esempio le relazioni delle assistenti sociali sono recepite dal Tribunale dei minori senza la possibilità di una controrelazione.
Altro esempio da prendere in considerazione le procedure di urgenza e di provvisorietà da parte del Tribunale dei minori che, in relazione alla lentezza delle indagini e delle conclusioni, si traducono in procedimenti di lunga durata, autentiche catastrofi nel pieno dello sviluppo della personalità minorile.

Spesso la procedura si sviluppa senza la possibilità di un contraddittorio con impossibilità a produrre prove a discarico, relazioni di esperti di parte e quanto altro possa aiutare a controbattere le accuse che sono a senso unico.
Tutto ciò configura un diverso approccio rispetto ad un procedimento verso un adulto, come se il minore fosse un oggetto da contendere, non un soggetto con diritti civili come tutti gli altri.
Siamo consapevoli che il problema non sia di facile soluzione, ma abbiamo la presunzione di chiedere che il minore sia trattato come un essere dotato di diritti non inferiori a quello di un adulto e possa esprimere, quando in grado, un proprio parere.

Su face book ho creato una pagina a questo link:
https://www.facebook.com/event.php?eid=132617406816225

Diritti dei bambini Petizione
pubblicata da Abolizione Del Tribunale Minori il giorno martedì 31 maggio 2011 alle ore 11.34

Viviamo in un Paese che dice a parole (ministri, parlamentari, uomini di Chiesa) di amare e voler difendere i diritti e le prerogative dei minori: ora tutto questo si dovrebbe espletare in provvedimenti, leggi e tutele a favore di questi soggetti. Dicevo a parole, perché se andiamo ad analizzare i fatti concreti, le delibere e le sentenze non si trova traccia di tutto questo, anzi il minore è l’oggetto e non il soggetto cui dovrebbe riferirsi il provvedimento. Oggetto conteso tra i genitori, oggetto di analisi prevaricatorie di assistenti sociali insensibili ai problemi della famiglia, oggetto di sentenze senza contraddittorio, maggiore ma non unica vittima di un sistema eretto a vantaggio di chi ci lavora ma non di chi dovrebbe usufruirne i servizi. Una vera aberrazione del diritto è l’art 336 u.c.c.c che prevede l’emissione di provvedimenti urgenti e provvisori , che di fatto divengono definitivi , con danno incalcolabile per il minore il quale magari a torto viene strappato ad una famiglia cui viene riconosciuta ragione ad anni di distanza.

Vi chiediamo: è giustizia questa? La legge prevede che prima di adottare un qualunque provvedimento relativo al minore i genitori debbano essere sentiti ed assistiti da un legale e che il minore stesso sia rappresentato nel procedimento perchè... il minore non è un oggetto ma un soggetto giuridico. . In questi casi il rito, cioè il rispetto delle procedure e delle regole, il contraddittorio, il diritto di difesa è importante, è segno di civiltà giuridica. Il Tribunale per i Minorenni non va riformato, va abolito. E' un retaggio del passato, non dimentichiamo le origini storiche dell'istituto. Il rito avanti il Tribunale Min. è libero: ma quando non vi sono regole, l'organismo non è più giudiziario! I provvedimenti provvisori ed urgenti disposti sulla base di "segnalazioni", di "relazioni" senza la previa audizione delle parti e senza una seria istruttoria in contraddittorio genera la maggior parte delle volte DISASTRI. In una materia in cui il tempo del processo coincide con la vita del minore!

Chiediamo :

"Non devono esistere provvedimenti immediati ed urgenti senza contraddittorio e senza difese degli interessati; reali difese, non formali, anche del minore!"


Giornalismo d’inchiesta:


Giuseppina Rubino per il Gruppo di Cittadini a difesa dei minori e delle loro famiglie
Il Gruppo EveryOne sostiene e promuove l'appello in Italia e nelle sedi internazionali

giovedì 2 giugno 2011

Lettera aperta alle trasmissioni TV e testate giornalistiche


 Lettera aperta a:
"chi l'ha visto"; email : 8262@rai.it
"Mi manda rai 3" mimandaraitre@rai.it
"La Repubblica" larepubblica@repubblica.it; e p.c al dott. Berizzi email: p.berizzi@repubblica.it
"Corriere della Sera"
"Panorama" panorama.it@mondadori.it oggetto: c.a. Dott. Rossitto Antonio
"L'espresso" espresso@espressoedit.it
"La Stampa” stampaweb@lastampa.it.
“report” report@rai.it

Siamo un un gruppo di cittadini italiani che si propongono di modificare secondo coscienza le modalità con cui vengono trattati in Italia i problemi dei minori e delle loro famiglie.
Per esempio le relazioni delle assistenti sociali sono recepite dal Tribunale dei minori senza la possibilità di una controrelazione.
Altro esempio da prendere in considerazione le procedure di urgenza e di provvisorietà da parte del Tribunale dei minori che, in relazione alla lentezza delle indagini e delle conclusioni, si traducono in procedimenti di lunga durata, autentiche catastrofi nel pieno dello sviluppo della personalità minorile.
Spesso la procedura si sviluppa senza la possibilità di un contraddittorio con impossibilità a produrre prove a discarico, relazioni di esperti di parte e quanto altro possa aiutare a controbattere le accuse che sono a senso unico.
Tutto ciò configura un diverso approccio rispetto ad un procedimento verso un adulto, come se il minore fosse un oggetto da contendere, non un soggetto con diritti civili come tutti gli altri.
Siamo consapevoli che il problema non sia di facile soluzione, ma abbiamo la presunzione di chiedere che il minore sia trattato come un essere dotato di diritti non inferiori a quello di un adulto e possa esprimere, quando in grado, un proprio parere.
Su facebook ho creato una pagina a questo link: https://www.facebook.com/event.php?eid=132617406816225

Diritti dei bambini


Pubblicata da Abolizione Del Tribunale Minori il giorno martedì 31 maggio 2011 alle ore 11.34
Viviamo in un Paese che dice a parole ( ministri, parlamentari, uomini di Chiesa) di amare e voler difendere i diritti e le prerogative dei minori: ora tutto questo si dovrebbe espletare in provvedimenti, leggi e tutele a favore di questi soggetti. Dicevo a parole, perché se andiamo ad analizzare i fatti concreti, le delibere e le sentenze non si trova traccia di tutto questo, anzi il minore è l’oggetto e non il soggetto cui dovrebbe riferirsi il provvedimento. Oggetto conteso tra i genitori, oggetto di analisi prevaricatorie di assistenti sociali insensibili ai problemi della famiglia, oggetto di sentenze senza contraddittorio, maggiore ma non unica vittima di un sistema eretto a vantaggio di chi ci lavora ma non di chi dovrebbe usufruirne i servizi. Una vera aberrazione del diritto è l’art 336 u.c.c.c che prevede l’emissione di provvedimenti urgenti e provvisori , che di fatto divengono definitivi , con danno incalcolabile per il minore il quale magari a torto viene strappato ad una famiglia cui viene riconosciuta ragione ad anni di distanza. Vi chiediamo: è giustizia questa? La legge prevede che prima di adottare un qualunque provvedimento relativo al minore i genitori debbano essere sentiti ed assistiti da un legale e che il minore stesso sia rappresentato nel procedimento perchè... il minore non è un oggetto ma un soggetto giuridico. . In questi casi il rito, cioè il rispetto delle procedure e delle regole, il contraddittorio, il diritto di difesa è importante, è segno di civiltà giuridica. Il Tribunale per i Minorenni non va riformato, va abolito. E' un retaggio del passato, non dimentichiamo le origini storiche dell'istituto. Il rito avanti il Tribunale Min. è libero: ma quando non vi sono regole, l'organismo non è più giudiziario! I provvedimenti provvisori ed urgenti disposti sulla base di "segnalazioni", di "relazioni" senza la previa audizione delle parti e senza una seria istruttoria in contraddittorio genera la maggior parte delle volte DISASTRI. In una materia in cui il tempo del processo coincide con la vita del minore!
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Il nostro link su Fb: https://www.facebook.com/home.php?sk=group_171413636253899
Giornalismo d’ichiesta:
Link: http://www.repubblica.it/cronaca/2011/04/29/news/inchiesta_italiana-15507476/
http://blog.panorama.it/italia/2009/11/13/i-nostri-figli-portati-via-da-un-

sabato 28 maggio 2011

Dalla parte dei bambini



Viviamo in un Paese che dice a parole ( ministri, parlamentari, uomini di Chiesa) di amare e voler difendere i diritti e le prerogative dei minori: ora tutto questo si dovrebbe espletare in provvedimenti, leggi e tutele a favore di questi soggetti. Dicevo a parole, perché se andiamo ad analizzare i fatti concreti, le delibere e le sentenze non si trova traccia di tutto questo, anzi il minore è l’oggetto e non il soggetto cui dovrebbe riferirsi il provvedimento. Oggetto conteso tra i genitori, oggetto di analisi prevaricatorie di assistenti sociali insensibili ai problemi della famiglia, oggetto di sentenze senza contraddittorio, maggiore ma non unica vittima di un sistema eretto a vantaggio di chi ci lavora ma non di chi dovrebbe usufruirne i servizi. Una vera aberrazione del diritto è l’art 336 u.c.c.c che prevede l’emissione di provvedimenti urgenti e provvisori , che di fatto divengono definitivi , con danno incalcolabile per il minore il quale magari a torto viene strappato ad una famiglia cui viene riconosciuta ragione ad anni di distanza. Vi chiediamo: è giustizia questa? La legge prevede che prima di adottare un qualunque provvedimento relativo al minore i genitori debbano essere sentiti ed assistiti da un legale e che il minore stesso sia rappresentato nel procedimento perchè... il minore non è un oggetto ma un soggetto giuridico. . In questi casi il rito, cioè il rispetto delle procedure e delle regole, il contraddittorio, il diritto di difesa è importante, è segno di civiltà giuridica. Il Tribunale per i Minorenni non va riformato, va abolito. E' un retaggio del passato, non dimentichiamo le origini storiche dell'istituto. Il rito avanti il Tribunale Min. è libero: ma quando non vi sono regole, l'organismo non è più giudiziario! I provvedimenti provvisori ed urgenti disposti sulla base di "segnalazioni", di "relazioni" senza la previa audizione delle parti e senza una seria istruttoria in contraddittorio genera la maggior parte delle volte DISASTRI. In una materia in cui il tempo del processo coincide con la vita del minore!
Chiediamo :
"Non devono esistere provvedimenti immediati ed urgenti senza contraddittorio e senza difese degli interessati; reali difese, non formali, anche del minore!"

lunedì 9 maggio 2011

Così va la vita dei figli di nessuno.

Wikio

INCHIESTA ITALIANA

Bambini in casa-famiglia
business da un miliardo all'anno

In Italia sono ventimila i minori ospiti di strutture. L'affare consiste nel prolungare i tempi di permanenza. Solo un piccolo su cinque è affidato a coppie in attesa

di PAOLO BERIZZI

Si chiamano Marinella, Mirko, Daria, Luciano, Valentina. Altri hanno nomi di battesimo esotici o che evocano genealogie di altri paesi europei (molto Est). Non si può nemmeno dire che siano figli di un dio minore: sono figli di nessuno. Anzi: sono, diventano, figli delle istituzioni. Dei servizi sociali. Dei tribunali. Di una sentenza. Entrano in una casa-famiglia da neonati e, sembra paradossale, a volte ci restano fino a quando diventano maggiorenni. E per tutto quel tempo capita che si chiedano perché non li affidano a una famiglia, visto che un nuovo padre e una nuova madre si sono fatti avanti e non vedono l'ora di riempirli di affetto, di amore. Può persino accadere che, una volta raggiunti i 18 anni, e uscito dalla struttura in cui sei cresciuto, ti tocchi ritornare nella famiglia di origine. Come se il tempo non fosse mai passato, o, peggio, inutilmente.

L'ESERCITO DI NESSUNO
In Italia ci sono oltre 20 mila giovani - tra neonati, bambini e ragazzi - ospitati da strutture di accoglienza. Sono istituti riservati a chi è stato allontanato dai genitori naturali o non li ha proprio mai conosciuti. Solo uno su cinque di questi ospiti viene assegnato (con adozione o affido) dai tribunali alle famiglie che ne fanno richiesta (più di 10mila). È una media bassissima, tra le più scarse d'Europa. Il motore che alimenta questa "stranezza" italiana è una nebulosa dove le cause nobili lasciano il posto al business e agli interessi di bottega. Ogni ospite che risiede in una casa-famiglia
costa dai 70 ai 120 euro al giorno. La retta agli istituti (sia religiosi sia laici) viene pagata dai Comuni. Soldi pubblici, dunque. Erogati fino a quando il bambino resta "in casa". Un giro d'affari che si aggira intorno a 1 miliardo di euro l'anno. Tanto ricevono le oltre 1800 case famiglia italiane per mantenere le loro "quote" di minori. Ma un bambino assegnato a una coppia è una retta in meno che entra nelle casse della comunità. E così, purtroppo, si cerca di tenercelo il più a lungo possibile. La media è 3 anni. Un'eternità. Soprattutto se questo tempo sottratto alla vita familiare si colloca nei primi anni di vita. Quelli della formazione, i più importanti per il bambino.
Anche da qui si capisce perché migliaia di coppie restano in biblica attesa che le pratiche per l'adozione o l'affido si sblocchino. Poi ovviamente ci sono anche altri fattori, la maggior parte dei quali legati alle lungaggini e alle complicazioni burocratico-giudiziarie.

Da dove nasce questo cortocircuito? Chi lucra sulla pelle di migliaia di bambini e adolescenti che provengono da situazioni difficili, molto spesso drammatiche? "Il mondo degli affidi e delle case famiglia sta attraversando un momento difficilissimo - dice Lino D'Andrea, presidente di Arciragazzi, un'associazione nazionale che si occupa di diritti dell'infanzia - . Ci sono situazioni che vanno ben oltre la soglia della decenza e della dignità umana. Mi riferisco, in particolare, ai casi più estremi. Che purtroppo sono diffusissimi. E cioè quei ragazzi maggiorenni che usciti dagli istituti non sanno dove andare. Una cosa del genere non dovrebbe essere tollerata. Perché è l'esatta negazione della funzione delle case famiglia. La rappresentazione esatta di come l'obiettivo di una struttura di accoglienza - che dovrebbe essere un luogo di transito, una specie di "parcheggio" temporaneo in attesa dell'affido - può naufragare". A Napoli ci sono due comunità di Arciragazzi. Altre tre erano a Palermo. Dopo mille difficoltà, D'Andrea ha dovuto chiuderle. Perché? "Il Comune di Palermo non ha mai pagato le rette (alla fine ammontavano a più di 750mila euro)" - spiega. In pratica l'epilogo opposto rispetto a quanto accade in altri comuni e per altri istituti, che campano proprio perché alimentati dal rubinetto dei fondi pubblici (ultimamente un po' a secco per la mancanza di risorse dei Comuni). "I ragazzi sono finiti tutti a casa mia. Uno l'ho anche preso in affidamento. L'alternativa era la strada. Ma uno che lavora coi ragazzi - con questi ragazzi - piuttosto che lasciarli in mezzo alla strada se ne va lui di casa".

COME PACCHI POSTALI
Il destino più comune per un bambino che cresce in una casa famiglia è quello di diventare un pacco. Sballottato di qua e di là, da una comunità all'altra. A volte i centri se li contendono come merce preziosa. Perché con un minore "in casa" ogni giorno piovono dal cielo rette da 70 euro a 120. Una "diaria" di cui si fa un utilizzo non esattamente "pieno". Operatori laici o suore riescono a contenere le spese facendole stare abbondantemente dentro la retta concessa dai Comuni. Quello che resta diventa liquidità a disposizione della struttura (molte case famiglia vengono mantenute con fondi messi a disposizione dal ministero della famiglia e anche grazie a donazioni private).

Quante sono le case famiglia in Italia? Chi controlla il loro operato, anche amministrativo? Le stime più recenti parlano di oltre 1800 strutture distribuite da Nord a Sud. Con alcune regioni - Emilia Romagna, Lazio, Lombardia, Sicilia - che raggiungono numeri più consistenti (tra le 250 e le 300). Nonostante le casse (e i relativi finanziamenti) di molti Comuni siano al verde, le case-famiglia sono in continuo aumento. Il problema è che non esiste un monitoraggio. Si conosce pochissimo di questi posti e di quello che accade all'interno. Numeri, casi, situazioni, problemi, nella maggior parte dei casi vengono portati all'esterno solo grazie alla sensibilità di qualche operatore e/o assistente sociale. Perché una banca dati c'è ma è insufficiente e non esiste un vero censimento. Dopo che nel 2008 i parlamentari Antonio Mazzocchi e Alessandra Mussolini (presidente della commissione bicamerale per l'Infanzia) hanno lanciato un appello al ministro della Giustizia, Angelino Alfano, e al presidente del consiglio Berlusconi, il sottosegretario alla giustizia Casellati ha varato un database "all'italiana - incalza Mussolini - perché riguarda solo le adozioni e non contempla anche i casi, numerosissimi, di affido. La realtà è che aspettiamo ancora un censimento vero e proprio e un adeguamento così come prevede la legge 149/2001" (progressiva chiusura degli orfanotrofi, inserimento dei bambini nelle famiglie attraverso lo strumento dell'affido, per arrivare gradualmente a un'adozione, o all'inserimento dei minori nelle case famiglia).

L'ASSENZA DI CONTROLLI
E i controlli sui luoghi dove i bambini vengono parcheggiati? Chi vigila sugli istituti che ospitano i senza-famiglia? "Esistono centinaia di enti e associazioni no profit che hanno il compito di rilevare la statistica esatta del numero dei bambini in attesa e degli adottandi-affidandi. Ma nessuno è in grado di fornire numeri esatti". Risultato: ancora oggi non esiste un monitoraggio attendibile. "Cerchiamo di raccogliere più dati possibili - dice Francesca Coppini, dell'Istituto degli innocenti di Firenze (tre strutture residenziali per piccoli da 0 a 6 anni, mamme e gestanti) - ma è tutt'altro che facile in mancanza di una vera organizzazione da parte delle istituzioni".

Buio pesto anche sul fronte delle verifiche. "Lo Stato paga le comunità ma nessuno chiede alla comunità una giustifica delle spese - aggiunge Lino D'Andrea - . Sarebbe utile che ogni casa-famiglia rendesse pubblica le modalità con cui vengono utilizzati i fondi: quanto per il cibo, quanto per il vestiario, quanto per gli psicologi o le varie attività. Il punto è che, in assenza di informazioni, i bambini stanno in questi posti e nessuno gli fa fare niente. Non crescono, non vivono la vita, non incontrano amici, non fanno sport né gite".
Il numero di bambini senza famiglia è oscillato negli ultimi anni tra i 15mila e i 20mila. Oggi sembra essersi assestato intorno alla sua punta massima. Ma il controllo dei "flussi" è anche un problema legato alla sicurezza (adescamento, pedofilia).

C'è anche un problema di competenze. Sull'infanzia ci sono troppe deleghe sparpagliate tra vari ministeri (Pari opportunità, Lavoro, Giustizia, Gioventù) e anche senza portafogli. Con il risultato che, non essendoci un unico soggetto che si occupi di infanzia abbandonata, si finisce per trovarsi di fronte una nebulosa in mezzo alla quale si capisce poco e niente.

Gli orfanotrofi non sono ancora scomparsi del tutto. Alcuni sono stati convertiti in case-famiglia: anche due o tre comunità nello stesso edificio. Una per piano. Poi le altre storture. Nel libero mercato delle comunità per minori abbandonati, c'è chi, per essere competitivo, abbatte la diaria giornaliera fino a ridurla a 30-40 euro. Teoricamente più la abbassi e più bambini riesci a far confluire nella tua struttura attraverso l'input dei servizi sociali che, a cascata, agiscono su indicazione del tribunale.

Altra nota dolente, i tribunali. Solo nel tribunale di Milano, ogni anno si accumulano 5mila fascicoli relativi a famiglie disagiate con a carico almeno un minore. "I magistrati non riescono a seguire la pratiche perché i ragazzi raramente sono seguiti dal territorio di competenza - ragiona un operatore dell'infanzia - . La maggior parte sono parcheggiati in un posto senza che nessuno lo segua davvero".

Le storie che vengono a galla compongono un campionario da fare accapponare la pelle. Ma se si prova a restare lucidi, si capisce come ogni vita congelata o sfilacciata, ogni odissea che abbia per protagonista un bambino "di nessuno" si deposita sullo stesso fondo di mala amministrazione. "Le case-famiglia sono una risorsa importante per il reinserimento del minore - spiega l'avvocato Andrea Falcetta, di Roma - ma la permanenza di un bambino va gestita con cura e deve rispondere a un unico criterio: trovargli il prima possibile una collocazione familiare".

Paolo ha compiuto 18 anni dentro un istituto dell'Aquila. La responsabile, una suora, quando Paolo era adolescente, sostiene e favorisce per un anno gli incontri con una coppia con due figli, di cui uno adottivo. A legame consolidato, la coppia si offre per l'affidamento di Paolo, la suora cambia idea e il tribunale nega l'affidamento. Ora, con la maggiore età, è la stessa famiglia ad occuparsi del ragazzo. Brescia. Monica, 7 anni, subisce molestie dal padre; la mamma si rivolge al tribunale e ai servizi sociali: i quali decidono di mettere la bambina in un istituto punendo anche la madre. Una bambina di Lecce viene strappata ai genitori accusati di non nutrirla abbastanza perché vegetariani. la famiglia resta in una comunità per quasi un anno. la madre è autorizzata a stare con la bambina nell'istituto di suore, per essere "rieducata" dagli assistenti sociali. La signora testimonia che nei lunghi e numerosi colloqui con gli educatori non si è mai parlato delle possibili problematiche della bambina ma le domande che le venivano poste riguardavano solo i suoi rapporti sessuali con il marito. Oggi, riottenuta la figlia dal tribunale, genitori e bambina sono emigrati felicemente in Svizzera. Roma. Il tribunale affida Daria, 4 anni, ai servizi sociali e questi la indirizzano in un "centro di aiuto" contro la volontà dei genitori (gli esami escludono ogni tipo di violenza sulla bambina). Tuttavia sono gli stessi genitori a chiedere all'Asl un'insegnante di sostegno visto il lieve ritardo psichico di cui soffre la bambina. Ricusato il consulente del tribunale e nominato uno nuovo, emerge infine che i problemi di Daria erano dovuti ad una sofferenza da parto (mancanza di ossigeno per qualche istante) e che dunque avevano natura medica e non psicologica: dopo 8 mesi di casa famiglia la bambina viene rimandata a casa dal tribunale. Bologna. M. e C. sono sposati, abitano in periferia, redditi non fissi, lui operaio in nero. Hanno un bimbo di 8 anni. Vengono dichiarati decaduti della potestà genitoriale a causa di un procedimento nato dalla denuncia di due maestre: "Il bambino sa troppe cose riguardo alla sessualità". Era accaduto che il bambino si era alzato, era andato in salotto dove il padre stava guardando un film pornografico. L'uomo, secondo gli assistenti sociali, aveva manifestato un'assenza totale di autocritica rispetto all'episodio e si era sollevato da ogni responsabilità; mentre davanti al giudice aveva ammesso "aveva solo2-3 anni, pensavo non capisse. Credo ora di avere sbagliato". Ricoverato in una comunità, il bambino è stato poi dichiarato adottabile (è in attesa di una famiglia da quasi due anni) nonostante la zia materna (sposata e con figli) avesse presentato invano istanze per ottenerne l'affidamento e scongiurarne l'adozione. Strappati agli affetti e spremuti nella crescita. Così va la vita dei figli di nessuno. 
http://www.repubblica.it/cronaca/2011/04/29/news/inchiesta_italiana-15507476/

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